La finale che comunque vincemmo (Ricordo spurio di un bambino giallorosso)

successivamente inserito come introduzione nel libro
"ROMANZO CONFERENCE. Cronistoria di un trionfo europeo"
Urbone Publishing, 2022

ABBIAMO PERSO, ANCHE SE ABBIAMO VINTO.

Noi avevamo inequivocabilmente vinto quella partita, e difatti io esultavo, gioivo, ridevo. Beh, in realtà non ricordo con esattezza tutto quello che stessi facendo. Sapevo soltanto che la Roma – la mia Roma – aveva segnato: che prima eravamo sullo zero a zero, e che al termine della partita non c’erano stati altri gol.

Roma uno, gli altri zero. Appunto.

Quel moto spontaneo di allegria, tanto bello da vedersi addosso a un bambino, fu interrotto da mio padre. Lui sembrava invece così mesto. Ero piccolo, ma fu come quando i saggi che viaggiavano per le strade dell’antica Grecia arrivavano a chiedere un responso terribile all’oracolo. E l’oracolo rispondeva. La sentenza di mio padre risuonò, per me, esattamente come un monito. Una massima che, senza saperlo, avrebbe poi accompagnato per sempre la mia vita.

ABBIAMO PERSO, ANCHE SE ABBIAMO VINTO. Questo mi disse.

Cosa?! Ma che senso ha? E che significa? Come si può perdere quando si è appena vinto? Non ci arrivavo, non lo potevo capire. Il cuore non conosce queste logiche perverse, né riconosce le ragioni ciniche della realtà. Il cuore di un bambino, di un tifoso bambino, in fondo, vuole soltanto e per sempre godere, e vivere. Ed esultare. È un cuore che sussulta soltanto per l’attimo. Come nel Faust. Che vive per il presente.

ABBIAMO PERSO, ANCHE SE ABBIAMO VINTO.

Qualche anno dopo, tuttavia, sono riuscito a dare voce e colore a quella strana emozione senza nome: alla frustrazione di una gioia appena appena sfiorata. La Roma aveva sì vinto quella battaglia, ma a vincere la “grande guerra” era stato invece qualcun altro (e già che Sun Tzu l’ho letto soltanto molti anni dopo).

Nel 1991, la finale di Coppa UEFA non si disputava ancora in gara unica, ma era prevista una doppia sfida: c’erano allora l’andata e il ritorno. E se la partita di ritorno vide la Roma portare a casa il risultato (con un misero e, in fin dei conti, ininfluente uno a zero), la gara di andata giocata a Milano aveva visto l’Inter trionfare con un doppio vantaggio. 2-0. Di quelle due partite non ricordo granché. Forse niente. Avevo appena sei anni, e visto che era di maggio, probabilmente, sarò stato pure sofferente per le graminacee. Ecciù! Non ho il ricordo nitido neppure del nostro gol o del nome del marcatore (anni più avanti scoprii essere stato Ruggiero Rizzitelli), e neanche ho memoria della sfida di andata, sbloccata con un rigore forse inesistente, procurato e realizzato dall’interista Nicola Berti. Quello che mi rimane come un’immagine confusa ma presente nella mente è però il salotto bianco in cui vidi la partita con papà, la delusione, la sua amarezza senza cuore, il mio urlo strozzato in gola e mia madre, simpatizzante interista di là, così lontana. E così silente.

ABBIAMO PERSO, ANCHE SE ABBIAMO VINTO.

Si disse che l’arbitro designato per l’andata, il sovietico Aleksej Spirin, si sarebbe mostrato disponibile, per “appena” 150mila dollari, a elargire favori e benevolenza per l’una o per l’altra squadra. Si disse che la presidenza Viola (nel suo interregno di Flora ed Ettore), rifiutò la gentile offerta. Quegl’altri chissà. I tifosi ne raccontano sempre tante, e mescolano in egual misura, il sogno, l’arte inconsapevole della narrazione e la nuda e cruda realtà: così, se quel gol annullato di Turone è diventato il momento archetipico del Cavaliere Oscuro giallorosso contro il potere del calcio italiano (incarnato dalla Juve, ma a turno anche dalle altre “strisciate), la finale sciagurata in casa contro il Liverpool del 1984 rimane il momento esatto in cui l’unico eroe che non meritavamo (ma di cui forse avevamo più bisogno) tradì il suo popolo intero, la sua Gotham, rifiutandosi di tirare un calcio di rigore. Nella triade delle grandi pugnalate al cuore degli anni ruggenti ci sarebbe pure lo scudetto gettato in casa contro il Lecce già retrocesso che, anche qui, si disse, sia stato barattato da alcuni dei nostri per questioni losche legate forse al calcioscommesse. Niente nomi a riguardo, naturalmente. Ma di nuovo: chissà.

Anche se importanti ai fini dello storytelling e della nostra epica ed etica lupacchiotta, non sono comunque queste le fotografie che conservo: sono immagini che sanno, per me, di un giallorosso sbiadito; sono flash di colori che mi appartengono, certo, ma che mi sono state raccontate da altri. La finale persa nel 1991 contro l’Inter, invece, io me la sento ancora dentro, e in un certo senso la ricordo più che mai. ABBIAMO PERSO, PERCHÉ IN FONDO ABBIAMO ANCHE VINTO. Fu il primo momento in cui la mia coscienza ha iniziato a emergere e a “sgorgogliare” dal magma caotico dell’inconscio. Fu come un rito di passaggio. Totem e insieme tabù. Psicopatologia della Roma quotidiana.

Da lì, ce ne furono molte di serate come quella. Ricordo la vittoria-non-vittoria e il gol triste der Principe Giannini contro lo Slavia Praga di qualche anno più avanti, o i cinque gol fatti nel ’93 nel ritorno di finale di Coppa Italia contro il Torino che comunque non ci bastarono per alzare il trofeo. E poi ricordo, in modo assai più nitido, l’incubo atroce della doppietta doriana di Pazzini all’Olimpico nel 2010, quella che costò alla Roma der Fettina Ranieri il più bello degli scudetti nostri mai conquistati. Fu un sogno che s’infranse di colpo, in quell’oceano dove lentamente TUTTI stavamo naufragando (del resto, e ce lo dice il poeta: il più bello dei mari è quello che mai navigammo). Roma 1, Sampdoria 2. ABBIAMO PERSO SÌ, E QUELLA VOLTA ABBIAMO PERSO SOLTANTO.

Ora che ci ripenso, di ricordi così, legati alla Roma e al calcio, ne ho davvero tanti. Troppi, direbbe forse qualcuno. Nella lista ci sarebbe pure quel mezzo tricolore agognato nel 2008, e poi vinto dall’Inter, nell’anno in cui seguii la stagione migliore del primo Spalletti in Erasmus da Parigi. L’ultima di quel campionato fu Catania-Roma. Quella partita noi la vincemmo, oppure forse la pareggiammo, non ricordo bene, ma il risultato fu comunque ininfluente (in ogni caso segnò il mio allora amatissimo Mirko Vucinic). Vidi il match con il ROMA CLUB PARIGI, tra Saint Paul e il borghesissimo Marais, in un pub non di certo tra i più raffinati. Se vinciamo lo scudetto, prendo subito l’areo, vieni a Fiumicino. Torno a casa a festeggiare. Lo dissi per telefono a mio padre. Naturalmente quell’aereo io non lo presi (perché anche il più bello degli aerei è quello che non è mai partito) e lo scudetto, alla fine, anche quella volta, se lo cucì sul petto la mica tanto “beneamata”, vittoriosa e dall’alto del suo iniziale +1 in classifica.

Sono così tanti i momenti, che a ripensarci sembrano persino inutili. Di tanta inutilità, però, saremmo pieni comunque, ogni giorno, e forse questo non è il modo peggiore per esprimerla.

Per me, la Roma, è anche il rapporto che ho sempre avuto con mio padre, è quell’unico abbraccio che ci siamo dati quando ABBIAMO VINTO E SOLTANTO VINTO in quel 17 giugno 2001. Perché per una volta è toccato anche a noi. E qui si legga pure tra le righe…

Per me esiste sul serio un prima e un dopo 2001. E non vorrei sembrare troppo blasfemo, ma dell’aver vinto così poco, questo è forse l’unico privilegio che da tifosi romanisti possediamo. Pasolini diceva che il calcio è l’ultima espressione religiosa del nostro tempo. Per me quel terzo scudetto fu esattamente così, una specie di avanti e dopo Cristo: per tutto quello che è successo prima, per tutto quello che sarebbe successo poi. Fu uno spartiacque e insieme una bellissima eccezione.

In fondo io lo so che si può vincere e non portare comunque a casa nulla. Perché un giorno me lo ha detto mio padre.

Scritto la notte prima della finale (unica) di Conference League ROMA – FEYENOORD

One thought on “La finale che comunque vincemmo (Ricordo spurio di un bambino giallorosso)

  • Twicsy
    Dicembre 11, 2022 at 11:25 pm

    Bel post, l’ho condiviso con i miei amici.

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